Wet market in Cina: cosa sono ed il loro ruolo nella diffusione del coronavirus

2020/03/25 News

Scrivere questo articolo non è stato facile. Innanzitutto per l’attendibilità e il numero ridotto di fonti trovate e successivamente per l’impossibilità di fare una ricerca sul campo e raccogliere le opinioni delle persone maggiormente coinvolte, cioè i cittadini e chi lavora nei mercati cinesi. Tuttavia, occupandoci di cibo a 360 gradi, ci è sembrato doveroso riportare alcuni dati e alcune tesi sui temi di “contaminazione cibo” e “animali e virus” e fare un po’ di chiarezza su un argomento vastissimo e delicatissimo che deve essere affrontato da più punti di vista.

Le domande che ci poniamo e che speriamo possano far nascere spunti di riflessioni e argomentazioni soprattutto a chi come noi è coinvolto nel settore dell’alimentazione, sono molteplici:

  • che ruolo ha un Wet market nel fabbisogno della popolazione cinese sia per chi ci lavora sia per chi si rifornisce;
  • in che modo delle normative igienico-sanitarie possono interferire con tradizioni culturali e culinarie di fatto antichissime o nate con lo sviluppo industriale e urbano;
  • in che modo il mercato di particolari specie animali sia correlato allo sfruttamento dell’ecosistema.

Per fare ciò abbiamo affrontato l’argomento secondo diversi punti di vista: storico, ambientale, culturale, igienico-sanitario e politico economico.

L’UOMO E L’ANIMALE: LA ZOONOSI

Quando i ricercatori hanno iniziato ad indagare sull’origine del COVID-19, sono arrivati immediatamente al Wet food market di Wuhan. I Wet market sono quei mercati, presenti soprattutto nel continente africano e asiatico, dove gli animali vengono tenuti vivi e uccisi di fronte al cliente come prova della loro freschezza. Pare che i primi 41 pazienti ricoverati per il virus abbiano frequentato tutti lo stesso mercato pochi giorni prima di contrarlo.

Benché non ci fossero ancora prove evidenti, il governo cinese decide comunque di chiudere immediatamente il mercato, conscio che non si trattasse della prima volta in cui da mercati del genere, si erano propagate crisi epidemiche. Nel 2002, infatti, un coronavirus (diverso da quello che stiamo affrontando oggi) emerse da un mercato simile in Guanzgzhou a sud della Cina, raggiungendo 29 paesi e uccidendo quasi 800 persone: quel virus è oggi comunemente conosciuto come SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome).

Il SARS-CoV-2 e altri coronavirus sono stati trovati in alcune specie di chirotteri (pipistrelli) appartenenti al genere Rhinolophus, ampiamente presenti nella Cina meridionale, in tutta l’Asia ma anche in Europa e in Africa. I pipistrelli risultano tra i mammiferi con più “familiarità” con i virus, probabilmente a causa di alcuni fattori biologici

  • l’abitudine a coesistere in letargo in concentrazioni impressionanti (fino ad un milione di individui in un singolo sito);
  • la loro lunga evoluzione, che li ha portati a maturare il legame di coabitazione coevolutiva con molti virus;
  • la capacità di volare che li porta a diffondere e contrarre virus su aree molto estese.

Le ricerche, seppure hanno rilevato un’elevata corrispondenza tra il genoma del SARS-CoV-2 umano e il genoma di un coronavirus trovato nel pipistrello nella provincia cinese di Yunnan, da subito hanno registrato anche una differenza tra le rispettive sequenze RBD, ovvero la sequenza genetica che codifica i recettori che servono ai virus per legarsi alle cellule e penetrarvi.

Questo vuol dire che il virus del pipistrello, prima di arrivare all’essere umano, sia dovuto passare attraverso un ospite intermedio, attraverso quello che viene definito in inglese “Spillover” ovvero “salto di specie” in epidemiologia, mentre la modalità di trasmissione di una malattia (proveniente non solo da virus ma anche da batteri) da animale ad animale/uomo viene definita zoonosi.

Tale processo viene spiegato molto bene già nel 2013 da David Quammen nel suo intervento a TEDx dove afferma che: ogni specie, permanentemente abitata da un parassita zoonotico, di cui non avverte sintomi, si definisce “Reservoir Host’” – serbatoio naturale. I pipistrelli sono reservoir host dell’Hendra o del virus Marburg (parente dell’Ebola) e di molte altre malattie. Quando un virus zoonotico si trasmette dal reservoir host alla sua prima vittima umana, facendo quindi un salto di specie, questo viene definito spillover.

PASSAGGIO ZOONOTICO – Spill over nelle varie malattie epidemiche

Il CDS (Center for Desease Control and Prevention) degli Stati Uniti ha estimato che circa il 60% delle malattie infettive emergenti, segnalate a livello globale, sono zoonosi: Malburg, Lassa, HIV, Aviaria, SARS, Rift Valley Fever, il virus del Nilo occidentale, Ebola, MERS e probabilmente COVID-19. Così come lo furono anche quelle ormai conosciute fin da tempi più remoti come peste, rabbia, febbre gialla, morbillo, etc.

La domanda a questo punto sorge spontanea: ma come ci si arriva ad essere infettati da un pipistrello o da uno scimpanzé? le cause di contagio possono essere molteplici, ma la maggior parte delle tesi ci riconduce al rapporto tra uomo e ambiente circostante.

L’UOMO E L’ECOSISTEMA

Nel 2008 Kate Jones, cattedra di ecologia e biodiversità alla UCL, identificò 335 malattie emerse tra il 1960 e il 2004 di cui almeno il 60% proveniva da animali, specificando che alcune zoonosi possono essere collegate ai cambiamenti ambientali e al comportamento umano.
A tal proposito, sempre David Quammen, autore di “spillover”, afferma che “L’essere umano sconvolge complessi ecosistemi selvatici che ospitano innumerevoli creature diverse e per ognuna di queste esiste probabilmente un virus specifico. Deforestazione, incendi, costruzione di strade e insediamenti, uccisione della selvaggina, tutte queste azioni tendono a liberare virus dai ‘serbatoi naturali’ dando loro la possibilità di contagiare gli esseri umani”.

Da qui la propagazione è rapidissima attraverso i canali di trasmissione quali luoghi affollati, mercati, viaggi aerei, etc; moltiplicandosi tra persona a persona, da nazione a nazione fino a diventare pandemia.

Il vero impegno della ricerca zoonotica oggi per David Quammen, non è quindi solo prevenire queste malattie ma anche ricordare il legame tra l’uomo e l’animale.
Potenzialmente non basterebbe sconfiggere i virus presenti negli esseri umani, ma andrebbe salvaguardata la specie animale stessa, in quanto, da essere umani (nient’altro che animali e coabitanti di uno stesso ecosistema) siamo parte della natura, né superiori né distanti da essa ma coinvolti allo stesso modo dalle malattie zoonotiche.

Tale tesi viene sostenuta anche dal WWF con il suo ultimo rapporto in cui afferma chiaramente che la distruzione di habitat e di biodiversità, provocata dall’uomo, rompe gli equilibri ecologici in grado di contrastare i microrganismi responsabili di alcune malattie e crea condizioni favorevoli alla loro diffusione. Infatti, la realizzazione di habitat artificiali e soprattutto quelli con un’alta densità umana, possono ulteriormente facilitare la diffusione di patogeni. Le periferie degradate di tante metropoli tropicali, completamente senza verde, diventano una culla perfetta per malattie pericolose e per la trasmissione di zoonosi.

In particolare, sempre stando al rapporto del WWF, sembra che i cambiamenti di uso del suolo e la distruzione di habitat naturali, siano responsabili di almeno la metà delle zoonosi emergenti, perché espongono l’uomo a nuove forme di contatto con i microbi e con le specie selvatiche che li ospitano. Le foreste, nello specifico, sono gli ecosistemi più “rischiosi” poiché abitati da milioni di specie in gran parte ancora sconosciute alla scienza.

Il caso del virus Ebola, inizialmente diffuso solo in una specie di pipistrelli che vive nelle foreste dell’Africa occidentale, è di fatto emblematico. L’apertura di strade di accesso alla foresta, l’espansione di territori di caccia e l’utilizzo di carne di animali selvatici per scopi alimentari, sono tutti fattori che hanno portato la popolazione umana a un contatto più stretto con il virus e alle drammatiche conseguenze della sua diffusione nella popolazione.

La Cina e i paesi del sud-est asiatico sono considerati oggi quelli in cui l’insorgenza di malattie zoonotiche potrebbe essere più concentrata. Questo sia per i veloci processi di trasformazione dell’ambiente naturale, che fanno sì che le persone vivano a stretto contatto con le specie selvatiche, sia per l’alta richiesta di carne di animali selvatici (considerata una prelibatezza) o di parti del corpo utilizzati come farmaci della medicina tradizionale cinese (ossa di tigre, lische di pangolino, carne di serpente, etc).

A tutto questo andrebbe poi sicuramente aggiunto che il riscaldamento globale favorisce le condizioni climatiche perfette (caldo e umido) per il proliferarsi di virus e batteri.

A dare un ulteriore peso sulle connessioni tra zoonosi e comportamenti dell’uomo nei confronti dell’ecosistema, è stato anche il PNAS (Proceedings of the National Accademy of Science of the United States of America ), con un contributo pubblicato dove evidenzia che «Il rischio di insorgenza di pandemie non dipende di per sé dalla presenza di aree naturali o di animali selvatici, ma piuttosto dal modo in cui le attività antropiche influiscono su queste aree e queste specie» . I ricercatori, infatti, sostengono che «Il rischio di insorgenza di malattie infettive rappresenta un punto cieco (blind spot) nei piani di sviluppo sostenibile, cui non vengono dedicate sufficienti misure di prevenzione. Secondo gli studiosi è necessario riconoscere che esistono dei compromessi tra obiettivi di sviluppo socio-economico (come la produzione di cibo e di energia), l’impatto che questi hanno sull’ambiente e sulla biodiversità e i rischi che tali cambiamenti comportano in termini di insorgenza di pandemie.

Tuttavia l’interazione tra cambiamento ambientale e rischio di pandemie non ha ancora ricevuto sufficiente attenzione, ma ci auspichiamo che tale aspetto possa acquisire la giusta rilevanza e ottenere così un peso prioritario nei piani di sviluppo sostenibile, affinché sia possibile prevenire, piuttosto che reagire a potenziali conseguenze catastrofiche per l’umanità.

L’UOMO E LA CULTURA DEL CIBO

Se è ormai comprovata la semplicità di zoonosi e il salto di specie in individui ancora in vita, sembra piuttosto raro che questo possa avvenire in specie già morte ed è esattamente qui che si colloca il ruolo del Wet market di Wuhan.
Nei Wet market, come accennato in precedenza, molti animali destinati alla vendita e al consumo, vengono tenuti vivi per essere macellati a vista, in segno di “freschezza” della materia prima.

Peter Li, ( Ph.D. All’ University di Houston-Downtown e specialista in Humane Society International) sostiene che la facilità del contagio non è affatto una sorpresa, date le condizione generali degli animali in questo genere di mercato.

Le gabbie, spesso tenute l’una sopra l’altra per motivi di spazio, oltre a non avere le giuste dimensioni per garantire la vivibilità, agevolano una facile caduta dei liquami da quella più in alto (urine, escrementi, sangue) verso quella in basso, dove spesso alloggiano sia animali vivi che morti.

Secondo il professore, quindi, le condizioni in cui queste specie selvatiche versano, disponibili sia per la vendita che nei menù dei Food Stall, li rende tutti probabili portatoti di virus e di spillover.

Il motivo per cui oggi c’è una massiccia presenza di animali selvatici nei Wet market asiatici è da ricondurre ad un’azione governativa di diversi decenni fa: nel 1970 la Cina era un paese molto più povero rispetto a quello che conosciamo oggi, tanto che la fame e la carestia erano causa di numerosi decessi.

Il governo allora controllava la produzione di cibo per garantire un bisogno equo, ma nel 1978 permise l’allevamento privato per sopperire alla fame. Fu allora che numerose famiglie iniziarono ad allevare polli e maiali come forma di sostentamento familiare. Ma a questi si aggiunsero altri piccoli allevatori che ricorsero alla caccia e all’addomesticamento controllato di specie selvatiche, sempre come forma di sostentamento familiare. A quel tempo, infatti, le tartarughe erano tra le poche specie trattate, ma ben presto il ventaglio si ampliò velocemente, tanto che la questione tornò a diventare di interesse del governo che tollerava e incoraggiava qualsiasi tipo di attività aiutasse a venire fuori dalla povertà.

Circa dieci anni più tardi, nel 1988, il Governo Cinese rese esecutiva quella che ancora oggi vige come “Wildlife Protection Law”, una serie di normative in cui si specificano alcuni animali banditi e altri invece tollerati ma affermava che comunque la wildlife fosse risorsa di proprietà dello Stato.

Questo punto risulta però controverso: se da un lato definire risorsa naturale un bene significa renderlo utilizzabile per l’uomo, è comunque necessario che non si vada ad invadere eventuali specie proibite.
Purtroppo però, ancora oggi, la lista degli animali proibiti è piuttosto riduttiva rispetto a quanto venga effettivamente cacciato in quelle che erano zone forestali (ormai crossover con centri abitati).

La legge, inoltre, permetteva il rilascio di licenze per l’addomesticamento e l’allevamento della specie selvatiche e questo portò inevitabilmente alla nascita di una vera e propria industria. Piccole pratiche di allevamento divennero allora operazioni industrializzate. Allevamenti che partirono da tre animali presto si trovarono ad ospitarne oltre mille e si allargò ampiamente la varietà di specie cacciate e poi allevate, aumentando il rischio di portare più patogeni all’interno dell’azienda agricola.

Fu in quel periodo che questi animali furono commissionati alla vendita nei numerosi Wet market, facendo registrare notevoli profitti. E mentre la vendita legalizzata di specie selvatiche fu in forte espansione in tutto il paese, parallelamente iniziarono a comparire anche specie non ammesse dal Governo e quindi illegali: animali indigeni come tigri, rinoceronti e pangolini, iniziarono ad essere trattati in tutta la Cina.

Qui puoi trovare la lista completa delle specie ammesse e non ammesse dal governo Cinese.

Verso l’inizio del 2003, mentre questi mercati erano ormai gremiti di specie illegali, la SARS fece la sua comparsa e la sua origine fu tracciata proprio in un Wet market a sud della Cina. Gli scienziati trovarono tracce del virus in uno zibetto allevato e le forze dell’ordine chiusero il mercato proibendo immediatamente l’allevamento di queste specie. Ma pochi mesi dopo furono dichiarate le 54 specie che potevano essere di nuovo allevate tra cui c’era proprio lo zibetto.

Nel 2004 l’industria di allevamento di fauna selvatica, venne stimata intorno ai 100 miliardi di Yuan, ma pare che più che avere un’incidenza sul GDP (prodotto interno lordo) Cinese, avesse un enorme potere lobbistico.
L’industria ha di fatto promosso la vendita di questi animali come prodotti benefici, salutari, per il body building o miglioratori sessuali o, ovviamente, fonte di forti poteri curativi, ricalcando e brandizzando quella che poteva restare una semplice credenza popolare che avrebbe portato sicuramente minori rischi.

Questi “prodotti” divennero popolari solo per una piccola parte influente della popolazione, cioè le persone ricche o con forte potere politico. La maggioranza delle persone, infatti, non mangia animali selvatici se non ancora in rare occasioni o a seconda dell’età (la popolazione più giovane è meno propensa e più sensibile all’argomento) o della posizione geografica. Pertanto il consumo è destinato a solo una piccola fetta della popolazione ma il valore economico rimane comunque piuttosto alto.

In alcuni racconti di ricerche effettuate nella città di Shenzhen (in Guangdong) e pubblicate in DEEP, una pubblicazione della China Association for Scientific Expedition nel novembre 2012 troviamo una descrizione, da parte di un cuoco, su come macellare e cucinare un pangolino: “First, stun it with a hammer blow to the head, then hang it up from a rope and use a sharp knife to open its throat and drain the blood. Next, place it in boiling water to remove the scales – just like removing feathers from a chicken. Then use a low heat to remove the fine hairs. Finally, gut it, clean it and cook it. The meat can be braised, steamed in clear soup or stewed”.

La famiglia di ristoratori aggiunge che molti dei loro clienti vengono invitati da cariche importanti (persone di stato, persone con un grosso potere politico) che offrono cene “proibite” per ricambiare favori o semplicemente come status symbol. Tuttavia, è bene precisare che non sia facilissimo che ti servano cibi del genere, ma bisogna essere portati da qualcuno sotto invito infatti. Una normale persona di passaggio non avrebbe accesso a questo tipo di prodotti in quanto appunto illegali. Spesso, questi non vengono nemmeno tenuti nelle vicinanze del ristorante per non destare sospetti o per scampare ad eventuali controlli.

La reputazione che i Cantonesi mangino qualsiasi cosa, nella loro cultura in Lingan, pare essere cosa accertata. E tra le specie più consumate troviamo lucertole, salamandre, serpenti, civette e pangolini. Le radici della cultura Cinese e del perché è frequente il consumo di animali particolari affondano nella correlazione tra cibo, nutrizione e medicina.

Così come sia difusa l’idea che alcune piante possano portare benefci, energia e altri rimedi per la salute, allo stesso modo parti del corpo degli animali, sono considerate altrettanto benefche.

Antiche scritture mediche testimoniano il ricorso a piante e parti animali per le loro capacità curative, includendo persino organi, escrementi, pelle e ossa; In pratica la medicina cinese pone cibo e medicamenti sullo stesso piano, entrambe risorse da cui attingere per poter stare meglio.

È dunque generalmente accettato che la salute si mantenga meglio con una dieta e con le giuste abitudini alimentari piuttosto che con delle medicine, ma la scienza moderna è molto dura a riguardo. Zheng Jianxian, uno scienziato alimentarista della South China University of Technology, pensa che “Questo cibo non ha alcuna proprietà mistica rispetto a quello che si pensa”.

Comparando gli aspetti nutrizionali di animali comuni e quelli selvatici, abbiamo trovato lo stesso apporto proteico, di carboidrati e grassi nonché di altri nutrienti. Le pinne degli squali, fortemente commercializzate, non danno alcun apporto nutrizionale, sono solo cartilagine con nessun sapore poiché mancano aminoacidi come triptofano e cistina.

Il confine tra cultura gastronomica e antica medicina è molto sottile e andrebbe sicuramente approfondito, ma ci possiamo limitare e a dire che, benché non esistano prove scientifiche della validità nutrizionale di animali selvatici, resta comunque doveroso rispettare culture e tradizioni di un popolo a condizione che però resti relegata a pratica rurale e non che diventi un trading del mercato internazionale illegale. Molti abitanti, infatti, ritengono che se il Governo incoraggiasse a vietare di mangiare pangolini, peni di tigre e zampe di orso, questo consumo si ridurrebbe sicuramente, essendo consci che si tratta di abitudini che stanno andando in disuso con i cambi di generazione.

LE NORME IGIENICO SANITARIE

Immediatamente dopo i primi casi di Coronavirus a Wuhan, è stata diffusa un’ordinanza per chiudere il Wet market, sito frequentato dai ricoverati prima del contagio.
La differenza tra un Wet market e un mercato regolare (Dry market) è che quest’ultimo vende materia secca non deperibile (spezie, riso, legumi, etc) mentre il termine Wet indica la presenza di animali vivi, dai più comuni pesci, fino a specie poco conosciute a noi, alcune introdotte legalmente e altre illegalmente.

Al di là del mercato illegale di specie selvatiche che non dovrebbero essere portate in contesti urbani, il problema igienico-sanitario è chiaramente lo stesso per qualunque delle specie di cui stiamo parlando: da quelle più comuni come i polli fino a gli animali più esotici.

I fattori di rischio igienico sanitario di questi mercati sono principalmente due:

  • coesistenza (e quindi probabile cross-contamination e/o salto di specie) di animali di diversa provenienza, sia dal mare e dalla terra, sia tra quelli domestici e quelli selvatici;
  • la coesistenza di animali vivi ed animali morti.

I mercati Cinesi, come la maggior parte dei mercati del sud est asiatico, sono luoghi molto affollati dove gli spazi, per l’uomo e per l’animale, sono piuttosto ristretti e spesso animali di diversa specie o animali ancora vivi e quelli già morti, vengono messi troppo vicini.

È molto facile immaginare che dai liquami provenienti dalle gabbie (mix di saliva, sangue, urina e altri fluidi corporei) che finisco sul pavimento ed incontrano uno strato di acqua grandemente presente nei mercati (soprattutto per via della vendita di specie ittiche), si vadano a creare dei veri e propri fumi di patogeni, più o meno gravi.

Inoltre, il macellare a cielo aperto provoca inevitabilmente spargimento di sangue che spesso è veicolo rapidissimo di virus e malattie.

Le poche regolamentazioni che vigono in questi mercati, offrono senz’altro un elevato rischio di propagazione rapidissima di eventuali virus qualora presenti.

Comparato agli animali domestici (come polli o maiali) i ricercatori hanno pochissima conoscenza della circolazione dei virus negli animali selvatici. In più, le condizioni di cattività in cui sono tenuti gli animali in questo genere di mercati in Asia, rende difficile capire quali siano legalmente allevati e quali invece illegalmente cacciati.

Ciò detto, dall’inizio del contagio, 1.5 milioni di mercati sono stati ispezionati, 3700 sono stati chiusi e 16.000 transennati.

L’indagine degli scienziati sull’origine del nuovo coronavirus è in corso e non è ancora possibile dire con certezza da quale specie provenga. I pipistrelli sono gli animali da cui più di frequente avviene lo spillover ed è stato ipotizzato che anche il nuovo coronavirus possa provenire da questi animali, in particolare dal genere Rhinolophus, per via della somiglianza tra il materiale genetico dei coronavirus da cui sono affetti e quello del SARS-CoV-2. È possibile, inoltre, che tra i pipistrelli e gli esseri umani ci sia stato un passaggio intermedio del coronavirus, forse tramite i pangolini, le cui scaglie vengono usate nella medicina tradizionale cinese nonostante il loro commercio sia illegale. Ma sono tutte ipotesi ancora da verificare: non siamo neanche sicuri che al 100% provenga da quel mercato.
Nonostante le incertezze però, non c’è dubbio che tutto sia cominciato con un contatto “straordinario” tra un animale selvatico e una persona e che, con buona probabilità, l’occasione di questo contatto sia stata il commercio legale o illegale di animali selvatici o di loro parti del corpo.

Il MERCATO ILLEGALE

Menù di un Wet Market dove sono indicati tutti gli animali che è possibile mangiare.

I pangolini sono tra i mammiferi più trafficati in Cina. Esistono da circa 49 milioni di anni ma il loro numero è in forte decrescita da circa dieci anni, in seguito all’aumento del loro consumo per carni e squame utilizzate nella medicina tradizionale o per la produzione di gioielli.

Dal 24 febbraio 2020, in seguito alla pandemia ancora in corso, il Governo Cinese ha annunciato una nuova policy con l’ordine immediato di proibire il mercato della fauna selvatica che abbia per scopo il consumo delle loro carni. L’annuncio, per quanto positivo per molti animalisti e associazioni contro il traffico di animali, è risultato limitante in quanto dovrebbe garantire la proibizione, non solo per il consumo delle carni ma anche del loro uso medico o decorativo. Infatti la Wild Protection Law, che si dice andrà rivista a breve, ad oggi non è affatto chiara su alcuni punti come nel caso del pangolino dove non viene ammesso il consumo di carne ma ne dichiara lecito l’uso delle squame per fini medicinali.

Il virologo di Hong Kong Leo Poon, sostiene che in questo momento il Governo ha un’importante decisione da prendere: proibire la tratta o quantomeno adottare misure più sicure. Se è parte della cultura Cinese, dice, il paese può allora decidere di approvare tale consumo ma con norme più restrittive sulla pulizia, sull’addomesticamento e le ispezioni più frequenti con misure più forti riguardo la biosicurezza.

La paura di molti studiosi, come Peter Daszak, è quella che se avvenisse una proibizione immediata sulle carni selvatiche, questa porterebbe rapidamente uno spostamento dai Wet market a un mercato nero ancora meno controllato e più facile da nascondere alle autorità.

Un report online di National Geographic, menziona che tra la popolazione Cinese chi consuma fauna selvatica sia un’eccezione o che comunque conti molta la posizione geografica. In Guagzhou, nel sud della Cina, pare essere piuttosto comune mangiare animali selvatici mentre a Pechino è alquanto raro. Il rapporto continua sostenendo che anche nella stessa città ci sono pareri e attitudini discordanti riguardo l’argomento, probabilmente anche per una negligenza nel rispondere a domande riguardo il soggetto piuttosto delicato negli ultimi tempi.

Tra il 28 gennaio e il 14 febbraio 2020, la Peking University for Natural Society ha lanciato un sondaggio, raccogliendo 100.000 partecipanti da cui emerge che il 97% di questi afferma di essere contro il consumo di carne di animali selvatici e che il 79% è contro l’uso di prodotti derivati da questi animali.

Secondo questi ultimi dati, pare che il consumo di animali “insoliti” sia effettivamente più uno status symbol che una vera tradizione, a differenza dei prodotti destinati al consumo per cura e benessere che invece appaiono più legati alla cultura e alle tradizioni antiche.
Per cui, probabilmente, il bando alla commercializzazione di certi animali interferirebbe poco con la storia culturale del paese e molto di più con i profitti, soprattutto quelli illegali. Sicuramente, invece, quelli che erano modelli di sussistenza familiare come la caccia o il piccolo allevamento, poco hanno a che fare oggi con il consumo proibito, soprattutto quando inserito in un contesto urbano dove la domanda non è della popolazione di quell’aria geografica, ma una piccola fetta della popolazione alto-spendente che potrebbe farne a meno.

Infine, qualunque fossero le relazioni tra i Wet market e i focolai delle recenti epidemie, sicuramente si necessiterebbe di una revisione della norme igienico-sanitarie, che non dovrebbe interferire sulle abitudini del commercio cittadino, favorendo un tipo di mercato rispetto ad un altro o favorendo l’allevamento industrializzato di stampo occidentale rispetto alla caccia, ma semplicemente dovrebbe garantire delle misure di sicurezza fondamentali in termini di igiene come avere spazi più idonee per il benessere degli gli animali, luoghi appositi per il macello e una separazione netta tra animali vivi e morti.

Raph Regan

Foto in testata by Natalie Ng on Unsplash

Fonti:

eia-international.org

npc.gov.cn

greenreport.it

welfarenetwork.it

cambridge.org

edition.cnn.com

sustainability-times.com

chinadialogue.net

wwf.it

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